Il 7 giugno si terranno le elezioni parlamentari in Turchia. Con Erdoğan alla Presidenza e il fedele Davutoğlu a ricoprire il ruolo di Primo Ministro, il voto può rappresentare un punto di svolta rispetto agli equilibri di potere all’interno del panorama politico turco, dal momento che i sondaggi suggeriscono che difficilmente l’AKP riuscirà ad ottenere i 330 seggi necessari per modificare la Costituzione in autonomia. Pur tuttavia, il sostegno al partito al governo resta evidente (probabilmente oltre il 40%), nonostante i malumori. Se anche i sogni presidenzialisti di Erdoğan non verranno avverati, consiglio molta prudenza nel considerare chiusa l’esperienza dell’AKP.

Qui di seguito il riepilogo della passate elezioni (2002, 2007, 2011), includendo la distribuzione geografica del voto:

2002 2007 2011a 2011b

Il malcontento cui facevo cenno prima non è tanto legato alle questioni del laicismo o dei diritti civili (o meglio: non sarà questo a risultare determinante nell’influenzare l’elettorato), quanto piuttosto alla macchina economica che dimostra segni evidenti di difficoltà. Ed è proprio sull’economia che le opposizioni hanno voluto sfidare l’AKP. Il modello di sviluppo promosso dall’AKP porta con sé delle notevoli contraddizioni e squilibri, insostenibili sul lungo periodo, a causa della forte dipendenza della crescita al settore edile e alla liquidità garantita dai capitali stranieri. Per approfondire il tema, rimando all’articolo che ho pubblicato in precedenza.

Anche se l’obiettivo dei 330 seggi potrebbe venire mancato come nelle passate tornate, la possibilità che l’HDP possa superare la soglia di sbarramento del 10% rappresenterebbe un fatto inedito nella storia politica turca, da un lato perché il partito di riferimento curdo (ma che contiene in sé molti elementi della tradizione socialista) otterrebbe il riconoscimento elettorale senza dover utilizzare lo stratagemma delle candidature indipendenti utilizzato in passato, e dall’altro perché modificherebbe il funzionamento del sistema politico turco. Il rafforzamento dell’HDP e del partito nazionalista, l’MHP, aumenterebbe infatti la distribuzione del potere ai danni dell’AKP, con lo storico partito di Atatürk, il CHP, a godere di un elettorato stabile, ma incapace di elaborare una narrativa alternativa a quella di Erdoğan.

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Per approfondire:

The Guardian – How Turkey’s pro-Kurdish party HDP could derail Erdogan push for power http://bit.ly/1Mw6ca7
The Washington Post – Turkey’s Kurds find themselves on threshold of unprecedented power http://wapo.st/1JuLZ64
Carnegie Europe – A Coalition Is the Best Outcome for Turkey’s Economy http://ceip.org/1FATm5H

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