L’onda delle defunte primavere arabe si è ritirata lasciando spazio al salafismo militante. Uno spazio a tratti creato, a tratti direttamente offerto da molti degli attori che ora fanno parte della coalizione messa in piedi dagli Stati Uniti per fronteggiare lo Stato Islamico del califfo Ibrahim. Talk, analisti e giornalisti parlano della nuova entità para-statale con velleità universali. Qualche voce si differenzia richiamando lo scontro di civiltà, spolverando idee dismesse come quelle delle crociate.

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Il linguaggio dei militanti dello Stato Islamico ha molto in comune con ciò che è stata la propaganda di Al-Qāʿida di Osāma bin Lāden. L’orrore delle decapitazioni e l’inaffidabilità delle informazioni che giungono dallo Stato Islamico non fanno che alimentare le visioni manichee che fanno comodo a certe aree di informazione politica. Facendo il gioco di IS, naturalmente.

Questo linguaggio è completamente estraneo alla tradizione dell’islam. L’uso che bin Laden fa della parola “follia” lo avvicina molto di più al ricorrente uso nazista del termine fanatisch. Il sacrificio umano non appartiene alla tradizione musulmana, che giustifica la guerra di religione in difesa dello stato islamico, e assicura le gioie del paradiso ai fedeli che muoiono in battaglia, ma che, specie nella tradizione sunnita, non contempla la glorificazione della morte fine a se stessa. A differenza del martire cristiano, che subisce tortura e morte in nome della propria fede, il martire musulmano (šahīd) è un guerriero attivo, più simile al kamikaze giapponese, ma le sue motivazioni devono essere pure. Non c’è alcuna gloria nel morire per ragioni egoistiche o gratuite, senza conseguenze per il nemico. Anche l’idea che i terroristi freelance possano andare in paradiso da martiri, dopo aver ucciso civili disarmati, è un’invenzione moderna che in passato avrebbe fatto inorridire i musulmani, sciiti o sunniti che fossero, e che continua a far inorridire molti musulmani di oggi. L’islam non è un culto della morte.

Occidentalismo, Ian Buruma & Avishai Margalit, Einaudi 2004, p. 62

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