Recep Tayyip Erdoğan è il nuovo Presidente della Repubblica di Turchia, grazie al 51.79% dei voti ottenuti nelle recenti elezioni presidenziali, confermando la dominanza politica dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP) che caratterizza la Turchia sin dal 2002. Nonostante lo scandalo corruzione che ha colpito l’esecutivo, il malcontento dell’avventurismo turco nella guerra civile siriana e le proteste che hanno attraversato il Paese in seguito agli eventi di Gezi Parkı, la base elettorale dell’AKP resta solida, anche a fronte di un’opposizione debole e frammentata, incapace di interpretare in senso unitario ed efficace il malcontento intorno all’operato dell’esecutivo.

an Erdogan election poster, Istanbul, June 2011 (Osman Orsal / Courtesy Reuters)

an Erdogan election poster, Istanbul, June 2011 (Osman Orsal / Courtesy Reuters)

Dopo la sostituzione di Abdullah Gül alla presidenza, la guida del partito e dell’esecutivo è stata affidata ad Ahmet Davutoğlu, ex ministro degli Esteri e ideologo della profondità strategica che ha guidato il nuovo corso della politica estera turca degli ultimi anni. Messo da parte il sogno dell’adesione europea, l’azione esterna di Ankara si è trovata a dover far fronte ad un quadro regionale presto sfavorevole e concorrenziale. Dallo scoppio della guerra civile siriana fino alla nascita dello Stato Islamico, la Turchia ha compiuto diversi errori di calcolo che ne hanno via via ridimensionato la capacità di plasmare l’evoluzione degli avvenimenti in Medio Oriente.

Il rilascio dei 49 ostaggi turchi catturati a Mosul potrebbe sbloccare la posizione di Ankara in merito alla coalizione che gli Stati Uniti stanno tentando di mettere in piedi per combattere lo Stato Islamico, riunendo Paesi che, di fatto, hanno contribuito alla radicalizzazione del conflitto siriano, fornendo aiuto diretto ed indiretto alle formazioni jihadiste. Turchia compresa.

Se le velleità in politica estera che media ed analisti hanno occasionalmente definito come “neo-ottomane” hanno dovuto fare presto i conti con una realtà sfavorevole, il successo dell’economia turca ha sicuramente un ruolo fondamentale nella stabilità politica dell’AKP. Tuttavia, un’analisi anche solo superficiale dei dati macroeconomici che interessano il Paese anatolico rivelano, in realtà, una serie di debolezze di lunga data che sono state acuite dalla politica economica degli esecutivi di Erdoğan poiché parte della retorica populista funzionale al leader stesso.

Tali criticità sono state evidenziate da Fitch in un report di un paio di settimane fa, in vista della valutazione del rating della Turchia previsto per inizio ottobre. In breve: inflazione oltre i target previsti, un persistente deficit delle partite correnti compensato da capitali esteri di provenienza non indicata dalla Banca Centrale, la cui indipendenza viene costantemente messa sotto pressione. Una tale dipendenza finanziaria rende particolarmente vulnerabile il Paese affamato di capitale straniero, considerati i rischi geopolitici legati ai recenti avvenimenti in Ucraina e Medio Oriente. Il debito pubblico è raddoppiato a partire dal 2007, soprattutto a causa dell’indebitamento del sistema bancario, mentre le riserve in mano alla Banca Centrale renderebbero insufficiente un intervento dell’istituto a fronte di una crisi di liquidità.

Nonostante quindi le raccomandazioni dell’OCSE, sembra che una politica monetaria restrittiva non sia alle porte, così come una crescita sostenuta da capitali esteri rischia di accentuare nel lungo periodo gli squilibri già presenti, in termini di stabilità finanziaria e progressiva perdita di competitività. L’inflazione si attesta intorno al 9%, ben oltre il target del 5%, mentre anche il tasso di crescita del PIL nel Q2 ha registrato un rallentamento rispetto al 4,7% ottenuto in Q1, attestandosi al 2,1% (per i dettagli, si vedano i dati di Turkstat). Nonostante il tasso di crescita del PIL abbia dei ritmi decisamente più positivi delle economie dell’Eurozona, condivide con queste un alto tasso di disoccupazione che, secondo le stime dell’OCSE, raggiungerà il 9,8% nel 2014.

Macro Turkey

La crescita turca pare drogata dal settore edile e immobiliare, mentre la capacità di risparmio e di investimento privato faticano a contribuire allo sviluppo della Turchia, dal momento che la competitività ed il PIL pro capite sono pressoché fermi sin dal 2007. Il mercato del lavoro resta relativamente rigido e normato e manca di una solida controparte in termini di sicurezza sociale, considerato anche l’alto tasso di disoccupazione. Il progetto annunciato da Erdoğan di attestarsi fra le prime dieci economie del mondo entro il 2023 sembra poco realizzabile, dal momento che Ankara ha recentemente perso la posizione di 17esima economia al mondo in favore dei Paesi Bassi. Del resto, il 2023 è stato individuato anche come il termine ultimo per un’eventuale adesione della Tuchia all’Unione Europea, ma anche questa traguardo sembra molto lontano dalle aspettative.

Dopo la crisi finanziaria e bancaria dei primi anni Duemila, il conseguente progetto di risanamento guidato dal Fondo Monetario Internazionale ha gettato le basi dell’impressionante sviluppo economico della Turchia, trainato dal partito dell’AKP. Le vulnerabilità di questo modello sono note e solo un ambizioso progetto di riforme potrebbe fare fronte alle necessità del Paese. Considerati i costi politici/elettorali di tale azione e la crescente polarizzazione della società turca, è improbabile che l’AKP si muoverà in questa direzione, tenendo anche in considerazione il progetto di revisione della Costituzione in senso presidenziale che da lungo tempo anima la leadership del partito.

Eppure, la questione curda resta irrisolta nonostante gli sforzi fatti (ed il quadro regionale non ne faciliterà di certo una sua risoluzione) e i seggi in Parlamento sono insufficienti per procedere unilateralmente alla modifica della Costituzione. Mentre un accordo con il CHP o il MHP non è stato finora raggiunto, sarà necessario allargare ulteriormente il proprio consenso, sperando che la realtà non venga a fare i conti con le velleità politiche ed economiche di Erdoğan.

FONTI & LETTURE INTEGRATIVE

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Una risposta »

  1. […] Il malcontento cui facevo cenno prima non è tanto legato alle questioni del laicismo o dei diritti civili (o meglio: non sarà questo a risultare determinante nell’influenzare l’elettorato), quanto piuttosto alla macchina economica che dimostra segni evidenti di difficoltà. Ed è proprio sull’economia che le opposizioni hanno voluto sfidare l’AKP. Il modello di sviluppo promosso dall’AKP porta con sé delle notevoli contraddizioni e squilibri, insostenibili sul lungo periodo. Per approfondire il tema, rimando all’articolo che ho pubblicato in precedenza. […]

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