Viviamo tempi straordinari. Forse fatichiamo a renderci conto di come, in questi anni, tutta una serie di eventi si stiano intrecciando fra loro e le cui onde lunghe determineranno il futuro dell’Europa. Ho provato a indicarne in modo didascalico quelli che ritengo più rilevanti, alla luce dei più recenti avvenimenti in Medio Oriente.

Dal biennio del 2007-2008 si è messa in moto la più grande crisi finanziaria globale dal 1929. L’instabilità che ne è seguita ha duramente colpito la più grande area valutaria sub-ottimale del pianeta: l’eurozona. Si è così dato l’avvio ad una crisi dentro la crisi: la crisi dell’euro del biennio del 2010-2011.

Il rischio di default legato ai paesi periferici dell’eurozona, unito all’assenza di una strategia economica e di una unità politica dell’Unione Europea sono infine venuti a galla avviando una spirale di fuga dal rischio sui mercati, cui il whatever it takes di Mario Draghi ha messo freno. Tuttavia, le posizioni della BCE non sono state accompagnate da una roadmap che portasse alla progressiva cessione e distribuzione di potere in senso federale

Sul piano nazionale, non sono state avviate riforme incisive e strutturali per fare fronte al mercato concorrenziale globale. Dal punto di vista economico, sono state adottate delle politiche economiche di austerità, in una versione sghemba del Washington Consensus, questa volta su mandato dei Paesi del Nord Europa (Germania in testa) per il tramite della Trojka (Commissione UE, FMI e BCE). Proprio come negli anni Ottanta, sono stati somministrati pacchetti economici di aumento della tassazione e taglio della spesa pubblica. Neanche a dirlo, i provvedimenti adottati sono risultati altamente prociclici, finendo per aumentare i deficit, i debiti pubblici e i tassi di disoccupazione, ossia i mali da curare. 

A huge euro logo is pictured next to the headquarters of the European Central Bank (ECB) before the bank's monthly news conference in Frankfurt August 7, 2014. CREDIT: REUTERS/RALPH ORLOWSKI

A huge euro logo is pictured next to the headquarters of the European Central Bank (ECB) before the bank’s monthly news conference in Frankfurt August 7, 2014.
CREDIT: REUTERS/RALPH ORLOWSKI

La cura letale non ha solamente aggravato la situazione economica dei Paesi periferici, ma ha coinvolto anche gli altri Paesi dell’Unione Europea a causa dell’alta interdipendenza e integrazione delle economie europee. La deflazione è il nuovo spettro e male auto-inflitto che si aggira nelle economie europee, rischiando di rompere il cordone protettivo della BCE a fronte di una evidente insostenibilità dei debiti pubblici e di una profonda debolezza dei sistemi bancari altamente esposti ai debiti nazionali. Gli interventi non convenzionali suggeriti dall’Eurotower potrebbero soltanto allontanare l’appuntamento con la realtà.

La conseguenza più ovvia della marcescenza dei dati macroeconomici è stato il forte impatto di carattere sociale. In tutta Europa si è assistito, nelle ultime elezioni europee, al consenso popolare ottenuto da partiti e movimenti populisti, euroscettici e vagamente, se non dichiaratamente, xenofobi e fascisti, unito ad un’ampia astensione.

Ad oggi, nel 2014, non esiste un progetto politico alternativo all’attuale stato di cose. La ripresa economica a livello europeo è pressoché assente. E al quadro sopra descritto, bisogna aggiungere gli enormi rischi geopolitici che influenzano profondamente lo stato dell’economia mondiale. Per quanto riguarda l’Unione Europea, il fattore destabilizzante è nel cortile di casa e si tratta dell’Ucraina.

Dopo il separatismo della penisola della Crimea sostenuto dalla Russia, anche le regioni orientali dell’Ucraina a maggioranza russofona sono state teatro di scontri fra le forze ucraine e quelle separatiste sostenute da Mosca. Sull’orlo di una guerra civile e con la minacciosa presenza delle forze armate russe sul confine, l’Ucraina ha ricevuto il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, i quali hanno tentato di punire il comportamento spregiudicato della Russia tramite l’imposizione di sanzioni via via crescenti.

Tale azione sta già dimostrando il proprio effetto boomerang colpendo le economie europee che sono – ovviamente – legate al mercato russo. Eventi recenti, quali l’abbattimento dell’MH17 della Malaysia Airlines non fanno che acuire le tensioni al confine dell’Unione. All’interno di questo contesto, è importante sottolineare la dipendenza delle forniture russe di idrocarburi per il mercato energetico europeo. Bruxeless si è mossa e si sta muovendo troppo lentamente ed in modo confusionario per diversificare le proprie fonti energetiche. La storia del corridoio sud e del South Stream di cui ho parlato proprio su questo blog ne sono un esempio.

Come se non bastasse, l’Unione Europea ha dovuto fare i conti con la sponda sud del Mediterraneo a partire dal biennio del 2010-2011 con i fenomeni che furono prematuramente definiti primavere arabe. Manifestazioni senza precedenti hanno attraversato tutto il Medio Oriente, facendo appello a valori pressoché universali: pane, dignità, giustizia. Dal crollo dei regimi in Tunisia, Egitto e Libia (con lo zampino NATO), passando per i sommovimenti in Yemen, Bahrein, Kuwait, Marocco e Siria (dove è ancora in atto una guerra civile). Sulla nascita, evoluzione e morte di queste rivoluzioni (o dei tentativi in questo senso), rimando a quest’ottimo articolo di Lorenzo Declich.

Tiriamo le fila: la rivoluzione è stata uccisa in Egitto con il colpo di Stato di Abdel al-Fattah al-Sisi, la Libia è un enorme buco nero che rischia di destabilizzare la claudicante transizione tunisina (i bombardamenti di Egitto ed Emirati vi dicono nulla?) e in Siria il presidente Bashar al-Asad può gongolare di fronte all’avanzata degli uomini dello Stato Islamico.

Destroyed buildings are pictured, after the cessation of fighting between rebels and forces loyal to Syria's President Assad, in Homs city

Destroyed buildings are pictured, after the cessation of fighting between rebels and forces loyal to Syria’s President Bashar al-Assad, in Homs, May 10, 2014. (photo by REUTERS/Ghassan Najjar)

In Medio Oriente, infatti, la crescita dei movimenti salafiti, in particolare quelli militanti, o jihadisti, rappresenta una novità storica. I movimenti politici islamisti, meglio organizzati e finanziati rispetto alla compagine rivoluzionaria della prima ora, litigiosa e priva di un vero sostegno dell’Occidente, ha lasciato presto il passo, appunto, alle varie costole della Fratellanza Musulmana egiziana. Abbandonate a se stesse le forze moderate, sono arrivati i tempi d’oro per i seguaci di Hassan al-Banna e Sayyid Qutb.

[segue: qui la seconda parte]

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Una risposta »

  1. […] parte precedente, ho riassunto per sommi capi eventi a prima vista slegati fra loro, ma hanno, in realtà, effetti […]

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