La questione curda fa parte della storia della Repubblica della Turchia, ma è solo con gli esecutivi dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (AKP), guidato da Recep Tayyip Erdoğan, che si è iniziato a discutere della possibilità di definire e riconoscere tramite garanzie costituzionali l’identità culturale e politica della minoranza curda. Questo processo di pacificazione è stato reso possibile dall’iniziativa del premier Erdoğan, il quale ha avviato dei colloqui con Abdullah Öcalan, prigioniero della Turchia e leader del PKK, il movimento armato in lotta con Ankara da decenni. Tali colloqui, iniziati segretamente nel 2012, hanno portato al cessate il fuoco e al conseguente ritiro dei combattenti curdi dalle regioni sud-orientali della penisola anatolica. Ma poco altro.

Salvo l’adozione di alcuni pacchetti legislativi “di democratizzazione” volti a riconoscere la lingua curda e permetterne l’uso, il processo di pace rischia di soccombere di fronte all’instabilità del sistema politico ed istituzionale turco, dapprima messo alla prova dalle proteste di Gezi Parkı e recentemente dallo scandalo corruzione che ha colpito l’esecutivo. La stessa situazione regionale non fa che porre ulteriori sfide nei confronti della leadership politica dell’AKP, trovandosi a gestire gli effetti di spillover della guerra civile siriana e del progressivo rafforzarsi dei movimenti jihadisti a scapito delle formazioni dell’Esercito Siriano Libero sponsorizzato dalle cancellerie occidentali.

Il superamento del nazionalismo di matrice kemalista permetterebbe un’effettiva integrazione della minoranza curda nella sua dimensione socio-politica, ma soprattutto economica, anche alla luce del successo dell’azione della politica estera turca nei confronti del Kurdistan iracheno. La cooperazione economica (per buona parte legata all’esportazione del petrolio) fra Erbil ed Ankara ha incrinato i rapporti ed aumentato i sospetti in seno al governo centrale di Baghdad, causando l’irritazione del primo ministro al-Maliki, il quale ha minacciato di tagliare i trasferimenti al Kurdistan e di intraprendere azioni legali nei confronti della Turchia.

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La distribuzione dei curdi (fonte: letterapolitica.it)

Le pretese autonomiste (se non indipendentiste) non sono circoscritte al solo Iraq, ma riguardano anche le regioni settentrionali della Siria “liberate” dalle forze del regime di Baššar al-Asad. Alcuni gruppi curdi, infatti, hanno annunciato l’istituzione di un proprio governo autonomo prima dell’inizio dei fallimentari colloqui di Ginevra II, in cui non è stato loro concesso di presentarsi come gruppo autonomo rispetto alla delegazione dell’opposizione.

Con un quadro regionale così complesso e fluido, unito allo scontro istituzionale in atto, l’unico attore che può porre fine alla questione curda della Turchia è proprio Erdoğan e non stupisce la sintonia di opinione fra la guida dell’AKP e il leader del PKK, intorno agli eventi del 17 dicembre scatenati dallo scandalo corruzione: per entrambi, si tratta di un tentativo di golpe da parte dello “Stato parallelo” che ha le proprie radici nel potere giudiziario e nelle forze di polizia. Quale che sia la realtà dei fatti, il processo di pace con il PKK rischia di naufragare di fronte ad un quadro interno e regionale tanto burrascoso.

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Una risposta »

  1. fausto ha detto:

    E sulla Siria tutto tace. Non ne parla quasi più nessuno. Ma è lì che si potrebbe piazzare l’embrione di stato curdo, scintilla di un incendio ben più vasto. I confini artificiali esistenti non dovrebbero essere considerati tanto stabili.

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