Le prime settimane del 2014 lasciano intuire che anche quest’anno sarà molto complicato per tutto il Medio Oriente, in primo luogo dovendo fare i conti con le onde lunghe della guerra civile siriana. Gli altri attori fondamentali sono, ovviamente, l’Egitto e il suo fascista/liberatore – a seconda dei casi – generale al-Sisi, l’Iran ed il graduale processo di reinserimento all’interno della società internazionale e la Turchia, alle prese con un evidente scontro politico ed istituzionale interno, mentre nella regione avanzano nuove sfide per ogni giorno che passa.

In Siria è iniziata la seconda fase della guerra civile, come avevo scritto che sarebbe successo, dove si sono aperti nuovi fronti all’interno della complessa e numerosa galassia della formazioni “ribelli”. Un esito quasi scontato, dal momento che il processo di frammentazione dell’opposizione siriana sostenuta – ma non troppo – dalle cancellerie occidentali ha perso con il tempo influenza, legittimazione e potere politico e militare a vantaggio dei movimenti armati che fanno riferimento, con diverse sfumature, al jihad.
Al contempo, la conferenza di pace Ginevra II che si terrà a partire dal 22 gennaio probabilmente non otterrà degli esiti particolarmente rivoluzionari o significativi sul terreno e intorno al futuro di Damasco.

La rivoluzione egiziana è tradita o incompiuta. Mentre il processo nei confronti del Presidente deposto Morsi prosegue, fra accuse variabili e rinvii, il referendum in merito alla nuova costituzione getta ulteriore ombre sul processo di transizione e care-taking da parte dell’esercito. L’Egitto sembra tornato nel 1954.

Il cuore dell’Africa resta attraversato da massacri e pulizie etnico-confessionali. La risposta della comunità internazionale tarda ad arrivare in modo efficace. Se non altro, pare che anche l’Unione Europea interverrà prossimamente nella Repubblica Centrafricana con un contingente fino a mille uomini. Per approfondire gli eventi che hanno interessato il Paese, rimando ad un post dedicato. Anche per il Sud Sudan la strada è in salita: continuano gli scontri fra milizie e l’esercito regolare; per il cessate il fuoco ci sarà d’attendere.

Per quanto riguarda la Turchia, lo scandalo corruzione che ha colpito l’esecutivo di Erdoğan rischia di avere effetti profondi sull’assetto istituzionale del Paese, dal momento che lo scontro con il giudiziario e le forze di polizia potrebbe sfociare nella subordinazione ed il controllo totale di quest’ultimi a vantaggio del governo.
Questi avvenimenti stanno anche allontanando l’attenzione dell’esecutivo sulla questione curda e sarà interessante quali saranno gli effetti del recente dialogo con l’Iran sulla politica estera turca nei confronti della Siria e dell’Iraq, in particolar modo con l’entità autonoma del KRG.

Turkish Foreign Minister Davutoglu helps Iranian Foreign Minister Zarif to stand during a news conference in Ankara

Turkish Foreign Minister Ahmet Davutoglu helps Iranian Foreign Minister Mohammad Javad Zarif during a news conference in Ankara, Turkey, Nov. 1, 2013. (photo by REUTERS/Umit Bektas)

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