Sulla Siria si scrive – giustamente – tanto. Cercare di spiegare gli eventi che vanno dalle proteste pacifiche del marzo del 2011 fino alla guerra civile di questi mesi è complicato e rischia di essere impreciso.  Rimando ad un’ottima infografica che potete trovare sul sito de La Stampa per riassumere per sommi capi gli eventi, i numeri e gli interessi delle principali potenze in gioco.

In quest’occasione, voglio dare voce ad alcune posizioni e analisi che ho raramente trovato nei commenti sui giornali di questi giorni.

Vorrei partire dalle parole del Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, il cui discorso integrale viene riportato sul Washington Post. Le parole di Kerry ruotano intorno a due punti chiave:

  1. il dovere morale e la pietà umana che richiedono una reazione all’attacco chimico di Damasco. In particolare: “Last night, after speaking with foreign ministers from around the world about the gravity of this situation, I went back and I watched the videos, the videos that anybody can watch in the social media, and I watched them one more gut-wrenching time. It is really hard to express in words the human suffering that they lay out before us.
    As a father, I can’t get the image out of my head of a man who held up his dead child, wailing, while chaos swirled around him, the images of entire families dead in their beds without a drop of blood or even a visible wound, bodies contorting in spasms, human suffering that we can never ignore or forget.”;

  2. l’evidenza della colpevolezza del regime di al-Asad nell’utilizzo del sarin e la conseguente necessità morale (di cui sopra) di punire tale violazione: “We have additional information about this attack, and that information is being compiled and reviewed together with our partners, and we will provide that information in the days ahead. Our sense of basic humanity is offended not only by this cowardly crime, but also by the cynical attempt to cover it up.”

Giustamente, il ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ha già espressamente richiesto che le informazioni cui viene fatto riferimento vengano condivise e rese pubbliche (un invito esteso a tutte le diplomazie). Se gli Stati Uniti sono in possesso delle prove che sottolineano inequivocabilmente la colpevolezza del regime siriano, perché non condividerle? Avendo fissato la “linea rossa” nell’utilizzo delle armi chimiche, la reazione statunitense questa volta, data la risonanza e la gravità dell’episodio, è inevitabile. Eppure vengono alla mente altri episodi, come quelli raccontati da Le Monde in seguito alla denuncia di una commissione d’inchiesta ONU. Ma quella volta erano forse i ribelli ad usare il sarin. Inoltre, se gli Stati Uniti stanno ancora raccogliendo e/o elaborando le informazioni in loro possesso, perché si stanno portando avanti i preparativi di una coalizione che bypassi in toto le Nazioni Unite? E per fare cosa?

Al netto delle responsabilità politiche o morali del regime o della galassia degli oppositori di al-Asad, vanno prese in considerazione le dirette conseguenze di un intervento militare in Siria. Poiché la responsabilità morale della comunità internazionale non termina con la (necessaria) reazione alla brutalità del regime siriano, ma abbraccia anche gli sviluppi che seguirebbero qualunque decisione adottata dalla comunità internazionale. Il recente caso libico dovrebbe parlare da solo.

Dopo l’intervento del 2011 contro il regime di Gheddafi, la Libia è oggi un non-Stato, destrutturato e in mano a milizie armate. E in fondo basterebbe dare un’occhiata ad una mappa che rileva i gruppi etnici e linguistici che abitano la Siria per farsi venire qualche ulteriore dubbio. Riporto il commento di Fareed Zakaria: “what we’re seeing in Syria is in some ways the inevitable re-balancing of power along ethnic and religious lines, with the Sunni Arab majority retaking control from the Alawite minority. Zakaria compara la situazione siriana a quella dell’Iraq dopo l’intervento militare del 2003 “when members of the Shiite majority violently took power from the Sunni minority that, under Saddam Hussein, had ruled them. That would explain why so much of the killing in Syria has been along sectarian lines. It would also suggest that there’s not much anyone can do to end the killing because, in his view, this is a painful but unstoppable process“. In un contesto di tale conflittualità, un tentativo militare volto a fermare l’orrore, potrebbe contribuire ad alimentarlo e ciò diventa ancora più evidente se andiamo ad analizzare le cause principali che hanno portato alla guerra civile.

Syria's President Assad chats with military personnel during his visit to a military site in the town of Daraya

La guerra civile siriana ha diversi radici che possiamo sommariamente raggruppare intorno a tre punti:

  • le richieste trasversali da parte della popolazione di allargamento e consolidamento dei diritti civili, politici e umani, in linea con le proteste di piazza che hanno attraversato il Medio Oriente a partire dal 2010/2011 e che sono state prematuramente definite “primavere arabe”;
  • la richiesta di re-equilibrio del sistema sociale ed economico siriano, sostanzialmente in mano alla minoranza etnico-confessionale degli ʿAlawiyya (o Alawiti) di cui il Presidente Baššār Ḥāfiẓ al-Asad fa parte e che costituiscono il 10% circa della popolazione siriana;
  • la contrapposizione che attraversa il mondo islamico fra sunniti e sciiti (gli Alawiti vengono assimilati allo sciismo, pur rappresentandone una variazione).

E’ intorno a quest’ultimo punto che si inseriscono i principali attori regionali. Da un lato, il regime di Al-Asad appoggiato dalle forze sciite come l’Iran ed il movimento politico libanese di Hezbollah (che combatte in Siria a fianco delle truppe lealiste), dall’altro le monarchie del Golfo (Arabia Saudita in testa) che finanziano la galassia dell’opposizione siriana (compresi – e soprattutto- i gruppi jihadisti locali e non).

All’interno del Medio Oriente, sono due gli attori atipici: la Turchia e Israele. La Turchia, dopo diversi anni di cooperazione economica e politica con il regime di al-Asad, ha fin da subito sostenuto l’opposizione siriana, troncando le relazioni diplomatiche con il regime, probabilmente contando sulla rapida eliminazione del Presidente siriano e nella speranza di ritagliarsi un ruolo di influenza nell’eventuale transizione. L’ennesimo schianto contro la realtà per il ministro degli esteri turco Davutoğlu. Per quanto riguarda Israele, il regime di al-Asad rappresenta un nemico, ma sicuramente preferibile alla galassia jihadista che vi si oppone. Se al-Asad cade, nelle mani di chi finirà l’arsenale chimico siriano?

Per quanto riguarda i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’unico vero alleato di al-Asad è la Russia, alleanza che da un lato è un lascito della Guerra Fredda e dall’altro è legata a interessi geo-strategici (Ṭarṭūs ospita l’ultima base navale russa all’interno del Mediterraneo). Mentre la Cina si dimostra abbastanza defilata, gli Stati Uniti, ora intrappolati dalla linea rossa tracciata dal Presidente Obama stesso, devono elaborare una reazione credibile, ma che non richieda un impegno prolungato sul fronte mediorientale, alla luce della volontà di concentrare le proprie risorse sul Pacifico come contenimento alla potenza crescente della Cina. Le notizie di queste ore sembrano confermare la volontà di un’azione militare limitata che, ironicamente, Lorenzo Trombetta su Limes definisce “una sculacciata”. La Francia e la Gran Bretagna si sono dimostrate disponibili ad affiancare l’intervento statunitense, sebbene le modalità e le posizioni stesse non siano ancora state confermate e/o definite.

Una strategia assente (che la confusione attuale sembra rivelare) farà sì che l’eventuale intervento non sarà solo inutile,  ma contribuirà all’instabilità della regione.

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  1. fausto ha detto:

    A lato della vicenda, ma grosso, l’affare Kurdistan. I curdi ad un certo punto si domanderanno come mai la comunità internazionale finanzia la rivolta contro il presunto dittatore alauita; e non concede loro alcun margine. Ribelli di serie a e di serie b, vien da dire. In pratica, in caso di dissoluzione della Siria la prima vittima potrebbe essere la Turchia. Ci staranno pensando in molti, immagino.

    L’affare siriano è troppo pericoloso per chiunque: meglio sarebbe smettere di inviare armi e cominciare a pensare piuttosto ai profughi, ben più importanti. Chi vincesse la guerra – cosa peraltro improbabile – rischia poi di perdere rovinosamente la pace: il Libano insegna.

    • Admin ha detto:

      La questione curda è un altro dei molti problemi che riguardano il mosaico etnico-linguistico della Siria. Nonostante l’accordo siglato fra l’esecutivo di Erdoğan e il PKK (per tramite di Öcalan), il processo di pace con i curdi rischia di essere lungo e di naufragare qualora il calderone siriano si riversi sulla Turchia, anche perché i movimenti curdi controllano già, di fatto, alcuni territori settentrionali della Siria.

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