In precedenza:  in un articolo che potete trovare qui, avevo illustrato gli sviluppi della delicata situazione maliana in seguito al colpo di Stato e alla guerra civile nel corso del 2012. Dopo l’intervento francese e internazionale e la sconfitta (ma non distruzione) delle forze jihadiste respinte nel nord ( e nei Paesi confinanti), il Mali è tornato al voto il 28 luglio del 2013, cui è seguito un ballottaggio fra i due candidati presidenziali maggiormente votati.

In breve: il ballottaggio dell’11 agosto ha visto prevalere nettamente Ibrahim Boubacar Keïta, già protagonista della storia politica della democrazia maliana. Le sfide legate all’indipendentismo tuareg e alla minaccia jihadista minacciano il successo dell’operazione fortemente sostenuta da Hollande. E ora?


Prima i numeri: con 6.829.696 di iscritti e 3.345.253 di votanti, la partecipazione elettorale ha raggiunto il 48,98%, segnando un record storico in un contesto di regolari elezioni, come ha sottolineato Louis Michel, capo della missione dell’Unione europea che ha inviato un centinaio di osservatori internazionali nella metà meridionale del Paese. Il ballottaggio dell’11 agosto ha visto trionfare, con il 77,61% dei voti, Ibrahim Boubacar Keïta (IBK), già primo ministro dal 1994 al 2000, fondatore e guida del partito Rally for Mali dal 2001. Lo sfidante Soumaila Cissé, alla guida del partito Union for the Republic and Democracy, ha ottenuto il 22,39%.
I risultati del primo turno avevano già lasciato intuire il prevalere di esponenti già legati al passato politico della democrazia maliana, pur a fronte dell’alta partecipazione popolare. Vi è quindi la volontà di comporre le fratture interne al Paese, al fine di evitare nuove spinte secessioniste che potrebbero essere cavalcate da movimenti fondamentalisti particolarmente attivi nel Maghreb.

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E ora? Dopo la conferma della vittoria di IBK da parte della Corte Costituzionale, l’investitura ufficiale del nuovo Presidente maliano è prevista per il 4 settembre, con la partecipazione del Presidente francese François Hollande, per celebrare la buona riuscita della mobilitazione francese (e internazionale).  Le congratulazioni sono giunte anche da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale ha affermato che “through the interim government’s management of a peaceful, inclusive, and credible electoral process, and with the extraordinary turnout of the Malian people, this election has helped restore Mali’s democratic tradition. We look forward to working closely with the new government to broaden and deepen the ties between our two nations“.
Al netto dell’approvazione internazionale, la principale sfida della nuova presidenza maliana sarà quella di garantire la stabilità del Paese, necessaria per una gestione coerente degli aiuti internazionali che possano aiutare l’economia stremata dal conflitto. Le incognite sul tavolo, tuttavia, sono molte. In primo luogo, senza la stipulazione di un patto nazionale con l’MNLA che preveda almeno forme di decentramento ed autonomia dell’Azawad, la possibilità della ripresa, se non di un aggravamento degli attacchi etnici resta alta. E questo punto è naturalmente legato alla lotta ai gruppi jihadisti ormai respinti nelle regioni aride e montane del nord. Il futuro e il successo delle operazioni della missione ONU denominata MINUSMA è indirettamente vincolata anche alla stabilità dei Paesi limitrofi come il Niger e l’Algeria.

La coesione nazionale resta il primo mattone su cui provare a costruire il futuro maliano. E non è un caso che l’autore del colpo di Stato del marzo del 2012 sia stato nominato generale.

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