In breve: la politica estera della Turchia è mutata notevolmente durante gli esecutivi dell’AKP. Gli eventi delle c.d. “primavere arabe” hanno messo alla prova la leadership politica turca, riuscendo, in un primo momento, a guadagnarsi il supporto dell’opinione pubblica regionale. Tuttavia, a causa delle peculiarità del sistema politico turco stesso,l’interesse dimostrato nei confronti di Ankara non la rende un modello per i Paesi in cui sono in atto delle transizioni. I recenti avvenimenti in Egitto, inoltre, allontanano ulteriormente la possibilità che la Turchia possa ricoprire un ruolo più influente all’interno del Medio Oriente.

La nuova politica estera turca, a volte definita neo-ottomana, riprende i legami interrotti con le antiche zone di influenza ottomana, pur se contestualizzate in uno scenario globale profondamente mutato. Sebbene la componente economico-finanziaria musulmana, come l’organizzazione MUSIAD, sia uno degli “zoccoli duri” del sostegno all’azione dell’AKP, la dimensione confessionale è solo una delle variabili e nemmeno una fra le più determinanti nel dare forma all’azione diplomatica della Turchia. Pur nella retorica della ripresa di eredità storico-culturali che sono presenti nelle tesi della “profondità strategica” del ministro degli Esteri Davutoğlu, non si possono registrare precise velleità imperiali, quali la ricostituzione di una umma islamica sotto il controllo del califfato ottomano. Le necessità strategiche, unite alle opportunità economiche fanno sì che la politica estera turca sia decisamente pragmatica.

Nei suoi legami con il mondo arabo, la Turchia ha adottato una posizione moralmente neutrale, evitando di interferire nelle vicende interne dei Paesi, anche se retti da sistemi autocratici repressivi. Le richieste di adozione di standard democratici nei partner del Medio Oriente non è stata seguita da forme di leverage, subordinando i processi di democratizzazione agli interessi nazionali. Larry Diamond ha fatto notare che uno dei fattori che frena e complica le prospettive di una trasformazione dei sistemi politici della regione è l’assenza di un modello.

In realtà, la Turchia è stata indicata come modello a più riprese, dal crollo del Muro di Berlino ad oggi, in particolar modo dagli Stati Uniti o dai Paesi europei. È proprio con l’apertura dei negoziati per l’accesso all’Unione Europea che l’attenzione del mondo arabo nei confronti di Ankara è cresciuta progressivamente. Basti pensare, come ha fatto notare l’attuale Presidente della Repubblica e allora Ministro degli Esteri Gül, che la maggiore copertura mediatica dell’evento è stata da parte dei Paesi arabi. Lo scoppio ed il diffondersi delle “primavere arabe” nel corso del 2011 ha rappresentato un imprevisto in seguito al quale è stato necessario elaborare un’azione di risposta per far fronte alle circostanze. Nel suo studio sulla terza ondata di democratizzazione, Huntington mette in evidenza l’importanza dell’effetto valanga e dimostrativo nella diffusione dei processi di democratizzazione. La rapida diffusione dei movimenti di protesta è assimilabile a questo processo, il quale ha coinvolto alcuni Paesi, quali l’Egitto, la Libia e la Siria, portando a delle conseguenze significative in termini economici e politici.

Le proteste in Egitto iniziarono alla fine di gennaio del 2011, fino alle dimissioni di Hosni Mubarak ed un conseguente trasferimento di potere alle forze armate, in attesa di elezioni libere e di una nuova carta costituzionale. Prima ancora che l’esito delle rivolte fosse certo, Erdoğan richiese a Mubarak di dimettersi e andare così incontro alle richieste del popolo in piazza. I sondaggi prima delle elezioni hanno rilevato l’importanza del sistema politico turco quale modello, sebbene tali dati siano un campione e risentano delle contingenze e della visione che ne hanno gli intervistati.

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Per quanto riguarda la Libia, la posizione della Turchia è mutata nel tempo, a causa dei timori legati alle conseguenze di un intervento occidentale. Le proteste iniziarono nel febbraio del 2011 contro il regime di Mu’ammar Gheddafi, la cui opposizione si era nel frattempo organizzata nel Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), con sede a Bengasi. Nel mese di marzo, Erdoğan attaccò duramente l’idea di un intervento NATO in Libia, mettendo in piedi, al contempo, un’evacuazione di massa dei cittadini turchi che lavoravano in Libia nelle numerose aziende edili turche. Il 24 marzo, il Ministro Davutoğlu annunciò il sostegno all’operazione NATO in Libia, segnando un rapido cambio di rotta, a sostegno della risoluzione ONU 1973 votata il 17 marzo. Già il 3 luglio il governo dell’AKP riconobbe il CNT come legittimo rappresentante del popolo libico, fornendo assistenza economica ed umanitaria.

Il caso siriano è quello più problematico, sia perché il regime baathista di Al-Asad è meglio organizzato, sia perché nutre del supporto, oltre che degli ʿAlawiyya, anche di porzioni della popolazione sunnita. Il saldo controllo del potere militare ha fatto sì che solo la parte orientale della Siria venisse conquistata dalle forze ribelli, prospettando una lunga guerra civile che, nonostante gli annunci di una conferenza internazionale sotto l’egida di Russia e Stati Uniti, difficilmente potrà dare i risultati sperati o avviare processi di transizione sul modello degli altri Paesi.
Le proteste contro il governo, iniziate nel 2011, preoccuparono enormemente la leadership dell’AKP, in primo luogo perché le relazioni con Damasco rappresentavano il più significativo successo della politica “zero problems with neighbours”, avendo portato ad una profonda integrazione economica e cooperazione politica. C’è da sottolineare, inoltre, che il Primo Ministro Erdoğan aveva un legame di amicizia personale nei confronti di Al-Asad e tentò di fare pressioni sul Presidente siriano affinché portasse avanti una serie di riforme nel campo economico e sociale. Come nel caso libico, tale richieste furono vane e Damasco iniziò a reprimere brutalmente le proteste inizialmente pacifiche. La reazione violenta del regime accelerò la rottura della Turchia nei confronti della Siria. Oltre alle immediate conseguenze economiche della guerra civile siriana, Ankara dovette fare fronte ai migliaia di profughi siriani, i quali furono accolti in campi profughi lungo il confine. L’aiuto umanitario offerto da Ankara le vinse il supporto morale e finanziario internazionale, mentre, al contempo, nel mese di ottobre, ospitò ad Istanbul i rappresentanti dell’opposizione siriana, riunitisi nel Consiglio Nazionale Siriano (CNS).
Mentre negli altri Paesi delle “primavere arabe” le proteste sono riuscite a portare alla caduta dei regimi (sebbene non sia ancora chiaro quale sia la natura delle transizioni in corso), il caso siriano ha duramente messo alla prova il principio non interventista della politica estera turca, portando al sostegno economico dell’opposizione siriana. Questa scelta pragmatica è stata dettata dai timori in merito alle ripercussioni che la guerra civile potrebbe avere in tutto il Medio Oriente, a causa del legame della Siria con l’Iran ed Hezbollah, il quale combatte le forze ribelli a fianco del regime. Inoltre, la variegata composizione etnico-confessionale della Siria aprirebbe la via a sanguinosi scontri fra sciiti e sunniti come è avvenuto (e avviene) in Iraq.

Le “primavere arabe” hanno quindi rappresentato una sfida alle tesi della “profondità strategica” ed è stata necessaria una loro revisione che faccia perno intorno ad una maggiore attenzione alle istanze democratiche, ridimensionando il principio di non intervento negli affari interni dei Paesi vicini. Inoltre, rispetto alla tensione della fine degli anni Novanta nei confronti della Siria, la Turchia gode ora del supporto dell’opinione pubblica dei Paesi arabi, sia per via delle relazioni nei confronti di Israele e la Palestina, sia perché ha fiancheggiato, nonostante una prudenza iniziale, le rivolte che hanno attraversato il Medio Oriente.
La Turchia è infine ritornata a far parte dei “bacini di prossimità”, pur mantenendo delle peculiarità proprie ed è guardata con interesse dalle élite laiche delle piazze delle “primavere arabe”. Il supporto nei confronti della politica estera turca è testimoniato dal successo del viaggio di Erdoğan in Egitto, Libia e Tunisia del settembre del 2011. Nell’occasione ha ricevuto le critiche, fra gli altri, da parte della Fratellanza Musulmana egiziana per aver esortato i Paesi arabi ad adottare come modello il sistema politico turco, poiché equidistante nei confronti di tutti i gruppi religiosi e garante del secolarismo dello Stato. In ogni caso, il ruolo costruttivo della Turchia all’interno delle “primavere arabe” è stato riconosciuto. Si veda l’indagine condotta sull’opinione pubblica di Egitto, Giordania, Marocco, Libano ed Emirati Arabi Uniti sul ruolo costruttivo giocato dai Paesi nelle “primavere arabe”.

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La Turchia, pur rappresentando un punto di riferimento all’interno del mondo arabo, grazie al processo di integrazione economica avviato negli ultimi dieci anni, non può essere indicato come un vero e proprio modello all’interno del Medio Oriente, poiché ogni modello è frutto di variabili storiche e culturali che, proprio alla luce della profondità geografica e storica cui Davutoğlu fa riferimento, rendono la Turchia un Paese dalle caratteristiche molto peculiari. O meglio, sebbene sia in crescita l’influenza della Turchia e l’interesse da parte del mondo arabo nei confronti di Ankara, questa viene percepita come modello più in misura del suo successo economico che per via del suo secolarismo costituzionale unito alla maggioranza musulmana della popolazione.

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Nel 2011, la stessa rilevazione aveva registrato come prima indicazione la democrazia turca, al 32%, mentre l’economia era stata indicata dal 25% degli intervistati.  Il maggiore fattore dimostrativo di Ankara nei confronti delle transizioni dei Paesi arabi è proprio la sua democrazia, nella dimensione in cui viene presentata come un sistema in continua trasformazione. Parlando, nel maggio del 2003, ad un incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, l’allora Ministro degli Esteri Gül criticò duramente i governi del mondo arabo, sottolineando la necessità di prestare maggiore attenzione alla tutela dei diritti umani e procedere con forme di liberalizzazione democratica, consolidamento e deepening delle sue istituzioni, così come la Turchia stava facendo. Tale esortazione è stata ribadita durante la sua visita in Iran nel 2011, sottolineando, ancora una volta, che Ankara e gli altri Paesi del Medio Oriente devono prestare attenzione all’opinione pubblica e agli input nei confronti del sistema politico.

L’effetto dimostrativo della Turchia è rafforzato dall’interdipendenza economica che ha avviato un processo di liberalizzazione dei visti, facilitando la circolazione delle persone, oltre che delle merci e dei capitali, sulla scia dell’esperienza comunitaria europea. Il nuovo ruolo assunto dalla Turchia ha fatto sì che sia vista come un punto di riferimento dai Paesi della regione, in particolar modo da quelli arabi, rafforzando la sua posizione all’interno del Medio Oriente e la sua importanza agli occhi dell’Unione Europea nelle sue relazioni con i Paesi della regione.
Tuttavia, il fatto che nel 2012 il primo fattore indicato dagli intervistati a rendere la Turchia un modello sia la sua economia e non il suo sistema democratico è un ulteriore interessante indicatore, soprattutto se andiamo ad analizzare la distribuzione delle risposte. Nei Paesi caratterizzati da un’esperienza politica che non ha tratto legittimazione dalla componente religiosa, come Siria e Iraq, prevale l’indicazione democratica; al contrario, nei Paesi delle “primavere arabe” che hanno visto il prevalere dei movimenti politici islamici, principalmente la Fratellanza Musulmana e i suoi rami regionali, ottiene la maggioranza relativa l’indicazione economica (ad esempio, ciò avviene in Egitto e Tunisia).

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Sebbene il sistema democratico secolare venga presentato come modello, è in realtà proprio questo ad essere indicato come uno dei motivi per i quali Ankara non può esserlo. La traiettoria delle “primavera arabe” è ancora incerta, sebbene le premesse suggeriscano l’intenzione di instaurare regimi democratici vincolati, in qualche modo, al rispetto di precetti religiosi. La Turchia continua a godere di un ruolo influente più per ragioni economiche che per le sue istituzioni. Tuttavia, il cambiamento di percezione avvenuto negli ultimi dieci anni è molto significativo e testimonia il successo del nuovo corso della politica estera turca. Sebbene l’azione di Ankara risenta di limiti non necessariamente legati alla sua visione, ha acquisito un ruolo che non ricopriva da un secolo, posizionandosi fra le potenze regionali più influenti.

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